Un cuore matto

Le radici dei fiori ovvero il privilegio della malattia.

Essere o non essere. Se scegliamo di essere dobbiamo produrre, lavarci, avere relazioni stabili, restare in salute. Ma se il karma ci volta le spalle e il nostro sentiero ci propone la follia, esiste un risvolto positivo: saremo estranei alle dinamiche del mercato, all’estetica main stream, vivremo in un tunnel e potremo arredarlo come ci piace.

Arianna è figlia di un Dio minore: albina, rifiutata dalla madre, cresce con la nonna e deve fare i conti con il suo status di reietta. Nascere donna non aiuta; se poi l’autostima si abbassa ulteriormente perché il colore della pelle non è quello giusto e lo status di vittima attira i carnefici, ecco che la ricetta per una marginalità è completa di tutti gli ingredienti.

La storia di Arianna è solo apparentemente quella di un caso sociale. Siamo tutti casi sociali, fino a prova contraria, finché non oltrepassiamo quella linea immaginaria che separa i malati e i sani di mente. In una società che non accetta la malattia mentale non può esistere la normalità: è questa la tesi suffragata dalla narrazione, precisa come un intervento chirurgico al cervello, di Caterina Cavina, autrice da migliaia di copie vendute. Esplosa nei primi anni duemila con Le ciccione lo fanno meglio e Le ciccione lo fanno ancora meglio, Cavina ha dato alle stampe il noir La merla, sua penultima prova, pubblicato da Feltrinelli nel 2010. Il suo ultimissimo romanzo, uscito in marzo per i tipi di Pendragon, affronta il tema del disagio con tonalità che vanno dal verde pistacchio al rosa.

La marginalità è da sempre un tema centrale dell’autrice che ha scelto di ambientare la sua storia in un nosocomio dove convivono ex tossicodipendenti, catatonici, schizofrenici, anoressiche, ciclotimici, borderline e alcolisti. In questo zoo approda la bella Arianna, detta la pallida. Il suo arrivo scatena una serie di reazioni chimiche che danno il via ad alcuni filoni narrativi che si dipanano senza perdere mai il filo principale: non esiste normalità se non è riconosciuta la follia che c’è in ognuno. Pensare di essere sani è una grande ipocrisia e porta alla vera follia.

Diventare parte della storia, identificarsi in uno dei protagonisti, Gabe il teppista, Babie la estroversa, la rabbiosa Rica o il tenero Samuel, è un attimo. Principalmente, perché l’autrice ci prende per mano e ce li presenta uno ad uno, grazie a dialoghi che stringono l’inquadratura fino a vedere la ruga che si forma in mezzo alla fronte quando le cose non vanno come previsto.

La vita vera è questa, sembra dirci Caterina. Non è quella dei resort e delle ville con piscina, ma quella dei reietti, che sentono la morte scorrere nelle vene. A volte va bene, altre volte meno, come nella normalità. Ci vuole fortuna, ma anche la sfortuna ha i suoi vantaggi. Lo scopriamo pagina dopo pagina, in questo romanzo stupefacente che ci riconsegna lo stupore nello sguardo. Ogni cosa è importante, ogni respiro ci guida un po’ più in là, ogni persona ha una dignità, anche quelli a rischio, anche i vecchi, anche i tossici, anche i pazzi, anzi, soprattutto loro, in un rovesciamento che la pandemia ha reso finalmente palpabile. La claustrofobia della degenza ospedaliera non è diversa dagli arresti domiciliari vissuti da ognuno in questi mesi di isolamento, ma senza diagnosi e senza farmaci. Cosa ci aspetta, una volta usciti?

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