Mai stata meglio

Sto guardando un video su YouTube e vedo il mio viso riflesso sullo schermo dell’IPhone.

Ho il doppio mento, cazzo.

Non è la prima volta che accade. Dicono che bisogna scattare i selfie dal basso verso l’alto, perché la gravità non perdona.

L’unico movimento fisico che faccio quotidianamente è scrollare la bacheca di Facebook.

Le mie cosce hanno la consistenza e il colore di un budino alla vaniglia, di quelli industriali. La pelle sotto le mie dita è secca, sul ginocchio porto i segni di una ferita che mi sono procurata scendendo da un marciapiede. Sono caduta per strada come una vecchia.

A mezzanotte non c’era nessuno in giro, camminavo spedita, le ali ai piedi. Tornando da una serata alcolica tra amiche, mi sentivo una ventenne: carica, dinamica, sexy.

All’improvviso, il piede destro si è piegato a novanta gradi e sono precipitata, afflosciata come un sacco vuoto. Le lezioni di yoga sono tornate utili, permettendomi di atterrare con perizia sui quattro punti di appoggio, le braccia tese e le gambe piegate. Tutto il peso del corpo si è spostato sul ginocchio sinistro e l’asfalto è penetrato nella carne, lacerando i collant. Mi sono ritrovata in terra, senza capire come ci fossi arrivata.

Un attimo prima percorrevo i metri che mi separavano da casa oscillando con grazia sui tacchi alti. Il Bluetooth attivato, nelle orecchie gli AirPods, ero su Spotify e ascoltavo la playlist con i Preferiti. Mentre camminavo controllavo le notifiche su Instagram e mettevo like alla foto della mia amica al concerto degli Editors all’Alcatraz. La batteria somiglia a quella di Larry Mullen degli U2, la voce di Tom Smith è uguale alla mia di mattina dopo una serata da venti sigarette e tre cocktail. Siamo rimaste in due a fumare: io e Cameron Diaz, e decisamente lei è più in forma di me.

L’oroscopo del giorno suggerisce di aprirmi alle opportunità che offre la vita. Il mio mondo si sta espandendo, dice.

Dovrei uscire dalla comfort zone: cambiare lavoro, trovare un nuovo marito, traslocare e andare a vivere in un altro paese, in un posto molto migliore di questo, più civile, più giusto, più umano, più pulito.

La provincia mi è sempre stata stretta.

A vent’anni ero certa che me ne sarei andata.

Dopo la laurea presi un treno per Milano, dove vivevano due amiche iscritte al Politecnico. Odiavo lo smog e detestavo salire e scendere dai tram. Ogni sera, sotto la doccia, una broda scura colava dai capelli, quando li strizzavo. Schifavo il rumore e la folla.

Tornai a casa e trovai qualcosa da fare nella piccola città. Non fu facile spremere il meglio da un’arancia senza sugo, ma fui abbastanza contenta del risultato.

Abito nella regione più evoluta d’Italia, con scuole e ospedali al top. Sono circondata dalla bellezza degli edifici storici e delle strade illuminate d’oro al tramonto. Il lavoro non manca.

Perché dovrei andarmene?

Sto massaggiando il piede contuso e penso: cosa resta di tutti quei giorni trascorsi ad ascoltare il suono della sveglia di mattina? Stralci di conversazione, vecchie foto dove indosso giacche con le spalle imbottite, contratti telefonici scaduti, un armadio pieno di vestiti, due o tre modem che non ho il coraggio di buttare.

Come posso progettare di cambiare tutto, se non ho nemmeno voglia di sostituire le lenzuola sporche nel letto? A quarant’anni non è come a venti: improvvisamente la vita comincia ad andare in discesa ed è un attimo ruzzolare in una bara.

Mi piacciono, questi Editors: sembra di ascoltare la musica dei miei tempi, quando guardavo MTV sul divano della nonna.

C’era questo ragazzo in discoteca. Era bello, gli mettevo le mani sotto la maglietta, lui mi infilava la lingua nell’orecchio. Dopo due ore a limonare duro sul divanetto, imparò il mio numero di telefono a memoria e scrisse il suo sul pacchetto delle Camel. Non ci vedemmo mai più, ma che importa? Si chiamava Andrea e ancora me lo ricordo, non lui, ma l’impronta delle sue mani sui fianchi, il sapore delle sue labbra, la luce dei fari che colpiva gli occhi.

A vent’anni credevo di essere un catamarano veloce e leggero che veleggiava alla ricerca di un’isola esotica, verdeggiante e baciata dal sole. Sono diventata un peschereccio sgangherato e rissoso, ma sono sopravvissuta imparando a procurarmi da sola il nutrimento, gettando la rete ogni giorno e mangiando quello che il mare offriva. A volte erano grassi tonni, altre volte bottiglie di plastica vuote.

Sono stata separata da me per tutto questo tempo, pensando di dovermi allontanare, per conoscermi. Dopo essere caduta dalle altezze siderali di un marciapiede, mi ritrovo per terra e non so come alzarmi: davanti vedo casa mia, illuminata dalla luna, mancano solo pochi metri e sarò al sicuro. Riuscirò a percorrerli senza aiuto?

Credevo di procedere lungo una linea retta e invece avanzavo in circolo.

Girato l’angolo, non immaginavo di trovare un altro ingresso, un nuovo indirizzo.

Oceani di notti insonni mi separano dalla persona che ero. Cerco il mio nome su un vecchio elenco telefonico. Non so più come si usa.

Mi guardo intorno. Sono sola, non c’è anima viva all’orizzonte per chilometri, per lustri. Libero le orecchie dagli auricolari. Nessuna macchina in arrivo.

Fisso l’asfalto tra le mani aperte, sento il dolore che proviene dal piede contuso e dal ginocchio ferito. In quello spazio ci sono settimane, mesi, anni, un divorzio, alcuni mestieri, due figli desiderati e ormai cresciuti, qualche amore con la batteria scarica, baci al sapore di frutta fresca, amiche lontane, libri divorati, musica travolgente, partite a carte, feste in spiaggia, albe e tramonti identici, lavatrici da caricare, piatti da lavare, pavimenti sporchi e scarpe strette.

Decido di provarci, ancora una volta.

Non posso leggere i venti migliori anni della mia vita in questo luogo solitario, freddo, male illuminato. Sono scomoda, provo dolore, voglio medicarmi, devo pulire il sangue leccando via lo sporco, come i gatti.

Mi incammino, la caviglia fa molto male ma resisto. Zoppicando forte raggiungo il cancello, frugo nella borsa, non trovo le chiavi. Le mie mani rovistano nel fondo, grattando la stoffa.

Calma, devo stare calma. È successo decine di volte, ma me la sono cavata. Se farò uscire tutto il contenuto, un pezzo alla volta, quello che cerco salterà fuori.

Estraggo il portafoglio, le sigarette, l’accendino, la trousse, l’agenda, i preservativi, la spazzola, i fazzoletti di carta, alcuni scontrini, svariati volantini, un bottone, una pila esaurita, carte di caramelle.

Niente, le chiavi di casa non ci sono.

Alzo gli occhi dalla borsa. Non vedo più la buchetta della posta. Il mio sguardo vaga, senza un appiglio. Non c’è nessun cancello. Alzo gli occhi verso l’alto, e ora che metto a fuoco, attraverso la nebbia che si è formata nel frattempo, scopro che non c’è nemmeno la casa.

Alla bocca dello stomaco si apre una voragine che spinge le mie viscere verso il basso. La pancia si gonfia e le vene dei polsi cominciano a fremere. Il cuore va ai mille all’ora. Ho la bocca secca e le gambe non mi sostengono. Mi siedo per terra e giro le spalle alla realtà traditrice.

Tengo la borsa in grembo e la mano destra va automaticamente ad infilarsi nella tasca interna. Ne esce un telefonino, un Nokia rosso, minuscolo, leggerissimo. Dov’è finito il mio Smartphone? E questo coso, da dove esce? Pesto i tasti a caso, cercando di ricordare come si usa. Sul display c’è il simbolo dei messaggi, una bustina chiara sul fondo scuro. Dopo alcuni tentativi, riesco a leggere il contenuto.

Sei arrivata? Tutto bene? Rispondimi.

Me lo ha inviato un certo Andrea, ma non conosco nessun Andrea. Ah sì, quello della discoteca, ma non può essere. Forse il telefono non è mio? Le mani mi tremano, mentre cerco di digitare sui tasti infernali, in rilievo. Lo faccio troppo velocemente e mi sbaglio di continuo.

Chi sei? Non riconosco il numero.

Come chi sono? Non fare l’idiota.

Tutto bene. Ti chiamo dopo.

Dopo cosa?

Faccio una doccia e ti chiamo.

Okay.

Mi lascerà stare per un po’.

Che cazzo succede? Dov’è finito il mio IPhone? La mia casa? I miei figli? Il mio servizio di piatti dell’Ikea? Le mie tazze sbeccate? Il bagno da pulire? Il letto sfatto? La crema anticellulite? Gli avanzi della cena nel forno? La frutta marcita in frigorifero? Le tracce di muffa sul muro?

Voglio la mia muffa, i ragazzi che non studiano e guardano Netflix tutto il giorno. Rivoglio le mie amiche, il mio ufficio, i miei noiosi colleghi, l’autobus numero undici che mi porta in centro, il bar con i croissants vegani al melograno, i quotidiani del mattino, l’odore di caffè tostato e la faccia assonnata della barista. Rivoglio l’armadio colmo di vestiti che non metto, le scarpe col tacco, il cuscino con l’impronta della mia faccia sopra, l’odore della notte nel pigiama, il divano devastato dalle unghie del gatto, il televisore troppo piccolo e lo stereo che non funziona.

Il fottuto telefonino comincia a squillare. La suoneria l’avevo dimenticata, ma la riconosco, è una delle prime che abbia mai sentito.

Non posso rispondere. Sento che se rispondo, impazzirò. Il rumore mi trapana le orecchie, ma strizzo gli occhi e lo ignoro. Non potrà andare avanti all’infinito.

Il suono si interrompe. Riapro gli occhi e ascolto il silenzio.

Il dolore al piede e al ginocchio cattura la mia attenzione. Esamino la ferita e vedo che sanguina.

Dove sei? Chiamami.

Preferirei parlare con un operatore della Tim o con l’agenzia di pompe funebri che organizza il mio funerale.

Con la coda dell’occhio vedo un movimento nell’oscurità, due occhi che mi fissano. Riconosco il suono familiare del suo verso, meno di un saluto, più di un miagolio. Si avvicina e mi annusa, strofina il muso sulle scarpe, stabilisce un contatto.

“Che ci fai qui? Sei rimasta fuori dalla porta?”

Mi aspettava, per riportarmi indietro, per salvarmi.

Il respiro torna quieto, regolare. La gatta ha fame, devo darle da mangiare.

Ora basta, non scherziamo. Le chiavi devono esserci.

Inspirando, tuffo di nuovo la mano destra nella borsa.

Sul fondo ingombro di oggetti le mie dita incontrano qualcosa di freddo e metallico. La mano si chiude e ritorna in superficie. Sono loro, appese a un portachiavi a forma di stella marina, di plastica dura.

Eccole, cazzo, lo sapevo.

Faccio leva sul piede sano e mi rimetto in piedi. Infilo la chiave nella toppa, la giro. Un miracolo si sta compiendo: il cancello si apre. Mancano ancora pochi metri, mi appoggio alla porta chiusa ed entro. La gatta mi precede, di slancio. Salgo le scale aggrappandomi alla balaustra. Mio figlio piccolo è ancora sveglio, sta guardando un film.

“Mamma, ti sei sbucciata il ginocchio, esce il sangue!” commenta, esaminando l’arto mentre sono intenta a disinfettarlo.

“Non ti facevi male da un pezzo, eh?”

Cadere, rialzarsi, leccarsi le ferite, guarire, riprovare. Cadere ancora.

Appoggio la schiena alla testata del letto. Chiudo gli occhi.

Dietro le palpebre scorrono le immagini delle battute di caccia, delle feste in maschera, di interminabili pomeriggi di lavoro al tornio, passati a cesellare pezzi di me. Il risultato è una poltiglia senza colore, ma il sapore è buono.

Leggere vent’anni di passi incerti e sbucciature si può, a patto che non vengano tralasciate le centinaia di note a margine.

Occorre unire i puntini per veder apparire la donna che sono diventata.

Non importa se sarò l’unica a comprare il libro, la dedica me la merito comunque.

6 commenti

  1. Quanto mi è piaciuto…. e quanto mi ci sono ritrovata…. alla fine devo dire che il trovare delle similitudini, dà un certo conforto…. posso dire che anch’io dopo un periodo lunghissimo del menga… non sono mai stata meglio? Con me stessa, intendo

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  2. Sono profondamente colpita. In queste righe mi sono tuffata, ho viaggiato nel tempo, ho ripescato suoni odori sensazioni che dormivano giù in fondo, ho trattenuto il fiato senza accorgermene e infine, quando sono risalita, ho perfino avuto il coraggio di guardarmi indietro, vedendo un sacco di puntini da unire. Applauso Lorenza. Grazie

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